Mi chiamo Augusto, vengo da Roma e cammino da sette giorni.
Non porto con me che un mantello logoro, un'olla di vino e la promessa che ho fatto a Bacco: raggiungere le sue colline sacre, quelle che chiamano Euganee, per onorarlo nella notte più lunga dell'anno. Dicono che lassù, tra i vigneti che toccano il cielo, il dio scenda ancora tra gli uomini. Dicono che chi danzerà fino all'alba riceverà in dono un anno di gioia pura.
Ho seguito la via Postumia, poi ho deviato verso nord, dove i monti si fanno dolci e il profumo dell'uva selvatica si sente prima ancora di vederla. Ieri ho attraversato un bosco di querce. Oggi, poco dopo mezzogiorno, mentre il sole bruciava la nuca e le mie scarpe erano ridotte a brandelli, ho scorto una villa.
Non è come quelle che conosco a Roma, chiuse e severe. Questa è aperta, generosa. Sembra sorgere dalla terra stessa, come se i muri fossero radici e il tetto un ramo proteso verso il sole.
Mi sono avvicinato. Il giardino si stende davanti a me per un tratto immenso – ho contato passi, forse diecimila braccia di terreno – tutto punteggiato di ulivi secolari e di erba alta che il vento piega come un mare. Ho spinto il cancello di legno. Non era chiuso. Forse il dio ha voluto così.
Sono entrato.
Subito ho scoperto una scala che scendeva al piano interrato. L'ho seguita, spinto dalla curiosità, e ho trovato una grande taverna. È buia e fresca, con un camino enorme che ancora profuma di legna bruciata. Ho pensato alle notti d'inverno, quando fuori la neve copre i colli e dentro si beve caldo, raccontando storie fino a mezzanotte. Un luogo per gli dèi del vino e dell'amicizia.
Sono risalito al piano terra.Qui ho trovato due sale immense, grandi come templi, piene di finestre che guardano verso i colli e la pianura. In una di queste, al centro, c'è un fogher – un focolare basso e largo, dove si poteva cuocere il pane e arrostire la carne per una tribù intera. Ho posato la mano sulla pietra. Era calda. Qualcuno, forse poche ore prima, aveva acceso il fuoco.
Più avanti ho visto la cucina. È grande, ordinata, e accanto c'è una stanza con tini di pietra e canalette d'acqua: la lavanderia, dove le donne di casa un tempo strofinavano le tuniche e cantavano.
La cosa più bella, però, l'ho scoperta uscendo. Dalla cucina e dalle scale si accede a un portico. Mi sono fermato sulla soglia e il fiato mi è mancato. Di fronte a me i Colli Euganei si aprivano come un ventaglio, verdi e viola sotto il sole del pomeriggio. Vigneti terrazzati, macchie di cipressi, borghi lontani arroccati sulle cime. Ho pensato: "Se Bacco abita da qualche parte, è qui."
Salendo al primo piano ho trovato le stanze del sonno. Sono ampie, piene di luce, ognuna con il suo bagno e un piccolo terrazzo che guarda a sud. Ho immaginato di sdraiarmi su uno di quei letti, con le finestre aperte e il profumo dei tigli che entra piano. Ho immaginato il silenzio. Qui, lontano dal frastuono del Foro, lontano dai carri e dalle grida dei mercati, un uomo potrebbe dormire come non ha mai dormito.
Sono risceso in giardino. Ho camminato tra gli ulivi – ce ne sono decine, tutti miei, se questa villa fosse mia – e ho riempito l'olla con l'acqua di una fonte che ho trovato nascosta tra le rocce. Poi mi sono seduto. Ho bevuto. Ho guardato il sole che scendeva lento dietro i colli.
Le feste di Bacco iniziano stanotte. Dovevo salire più in alto, dove i falò sono già accesi e si sente il suono dei tamburi. Ma qualcosa mi trattiene qui, in questa villa che mi ha accolto come un figlio.
Forse Bacco non vuole che balli tra la folla. Forse il dono che il dio vuole farmi è un altro.
Forse mi sta offrendo una casa.
Domani deciderò. Stanotte dormirò sotto il portico, con gli ulivi che fanno da sentinella e i Colli che mi vegliano. E se domani, al risveglio, il dio mi parlerà ancora, io risponderò.
Perché un uomo passa, le feste finiscono, ma una villa così – su queste colline, con questo giardino, con questa luce – è per sempre.